Naufraga

Il mondo sembrava il solito susseguirsi di canti e sventure, nulla sfuggiva a quel pignolo andamento, così logoro nel mio cuore, la primavera tornava sempre, le genti andavano e venivano, e il tocco delle campane era solito; tutto in questo tempo era figlio del comune denominatore: l’abitudine e il conformismo si confacevano nella banalità, nella stizza e ogni qualvolta volgevo gli occhi al cielo, mi sentivo naufraga su queste terre insensibili, mi sentivo prigioniera, ancora, come una bestia in gabbia, quasi arresa al proprio destino: anelare alla libertà.

Perché mai fui dotata del dono della vista ? Perché natura non fu più crudele del volermi rendere conscia del limite del mio cuore, che si apprestava alla marea, inghiottita dalla spuma e dal mare, dal silenzio e dal fragore di lontano che veniva avvicinandosi, turbando il mio pensiero.

“Perché ?” Mai domanda fu più sussiegosa nella mia mente, del motivo stante celato nei piani di questa o lesta natura, giammai trovai risposta, ma solo più domande; ero come schernita difronte a tanta crudeltà: fui abbandonata qui, in questo tempo, con questa coscienza, e ogni qualvolta respiravo, asfissiavo, quasi come memento che non potessi osare troppo, che la mia carne e il mio pensiero fossero mortali; mentre la mia trascendenza volgeva all’infinito, a pensieri più alti, che nessuno poteva comprendere, e nonostante, ilare, mi rendeva la consapevolezza che taluni discorsi fossero lontani dalla normalità delle genti, a volte si inaspriva il pensiero morente nella mia gola, e parole vi morivano confinate dentro, perché morta era anche la speranza di trovare alcun altro naufrago che potesse tendere alle mie stesse trame.

Mai tocco fu più solitario di quello che mi additavo nell’animo, mai comprensione fu più pura di quella che scrutavo volgendo al mio riflesso, mai fonte fu più insudiciata dall’aprirmi nel profondo al vezzo dell’uomo, al profondere intimamente di nobili pensieri, al vociare strisciando fuori nella notte: di parole gentili e illuminate, v’era sempre un’ombra celata, che covata nella notte, il giorno seguente avrebbe poi bruciato le floride selve della ragione.

Ero naufraga, ma ero anche vela e timone, ero sirena ed ero corrente, fui isola e porto, e non di meno ero il sale, ero tempesta ed ero quiete, ma ora, ora sono il riflesso del tramonto su acque stanche, troppo provate dall’insensibilità del banale, troppo argute per lasciare che il male vi torni a dimorare, perché ormai il fondale si appresta alla vista, perché quest’acqua è stata liberata dalla sporcizia, e io non vi farò più volgere ombre artificiose che possano ferire la mia ragione.